Syd Barrett ritrovato

Syd Barrett ritrovato

Michka Assayas e James Johnson, su “Actuel”, settembre 1982.

Pfffff! Ho l’aria proprio furba, piantato in mezzo a ‘sta via di Cambridge, con ‘sto fottuto sacco di biancheria sotto il braccio. Un pantalone di velluto blu mare, un pigiama di raso, un paio di calze bianche, un maglione blu; la biancheria che Syd Barrett ha dimenticato nell’appartamento che abitava a Londra un mese fa. Da giorni ero sulle piste di Barrett e le sue tracce mi hanno portato a un’agenzia immobiliare londinese. La ragazza ha dato uno strillo. “II signor Barrett? Volete dire il malato? Quello che si chiudeva in casa tutto il giorno? È partito, ha avuto problemi di salute, credo che sia ritornato a Cambridge da sua madre “. E la ragazza dell’agenzia mi ha affidato ‘sto pacchetto di biancheria dimenticata. Una pacchia inattesa… Nessun giornalista è riuscito ad avvicinare Barrett dal 1971, nessuna foto di lui è stata scattata. E d’un botto eccomi in dono un pretesto perfetto per incontrarlo! Ora, a Cambridge, sono meno fiero. Provo un po’ di vergogna per lo stratagemma e mi sento nervoso all’idea di prendere contatto con il grande visionario del rock, il fondatore dei Pink Floyd, colui che ha dato la sua impronta al primo, immortale album di quel gruppo, Barrett che si dice inghiottito, senza speranza di ritorno, nella schizofrenia. E mi si stringe il cuore a vedere questa via diritta e monotona, queste centinaia di casette rigorosamente identiche, questa visione caricaturale e crudele della periferia britannica. Entro in una farmacia a domandare informazioni sul mio tragitto. “Prima a destra, signore “. “Conoscete la signora Barrett? ” “Oh, certo, viene spesso a comperare medicine per il suo povero figliolo. Sapete, è malato di nervi… Credo che abbia preso troppa droga. È terribile, non trovate? ” “Esce ogni tanto? ” “Sì, spesso. Và a fare la spesa per la madre. È molto gracile ma non è sempre stato come ora. Adesso, comunque, tutti gli vogliono bene da queste parti”. Le quattro e mezza. Davanti alla casa di Barrett un uomo solo. Un giovane hippie passa e ripassa, con una bottiglia di latte in mano, l’aria illuminata. Esita, getta sguardi furtivi. Il suo eroe è là e non sa come avvicinarlo. Suono alla porta. Syd Barrett… chi si ricorda ancora di lui? Roger Waters, probabilmente, il leader dei Pink Floyd, che ha appena concepito una ambiziosa opera metafisica, The Wall, un film tratto dal doppio conceptalbum omonimo. Musicista in un gruppo rock di successo, l’eroe, un certo Pink, è depresso da una tournée americana e dai tormenti dell’esistenza in generale. Per colmo di sventura, la sua donna lo tradisce con un militante pacifista. In preda a una crisi di metafisica rabbia, Pink perde il controllo di sé, distrugge il mobilio di casa, si depila integralmente, ha delle visioni apocalittiche dove si crede Adolf Hitler e finisce per essere ossessionato dall’idea di costruire un muro. Per dirla tutta, Pink impazzisce. Questo personaggio patetico è la proiezione paranoica di Roger Waters, la “testa” dei Pink Floyd, un uomo afflitto da misantropìa acuta. Ma è anche, attraverso dettagli precisi, la storia di Syd Barrett, il fondatore del gruppo. Genio visionario a vent’anni, classificato come schizofrenico a ventidue, forse per il resto dei suoi giorni. Questo genere di destini folgoranti e tragici contrassegna la storia del rock: Peter Green, chitarrista prodigio dei Fleetwood Mac, diventato becchino pochi anni dopo, Roky Erickson, che nessuno osa più avvicinare o Brian Wilson, il miracoloso compositore dei Beach Boys, praticamente regredito allo stadio infantile. Senza contare le lunghe saghe depressive di Lou Reed o di Iggy Pop e i suicidi: lan Curtis, dei Joy Division, il più mitizzato. E tutti i junkies romantici… Syd Barrett resta la più enigmatica delle stelle filanti del rock. Un velo di mistero e di voci incerte ingarbuglia la sua storia. La sua influenza torna a esercitarsi, regolarmente, agli angoli più inattesi; Malcolm Mc Laren, durante la preistoria Sex Pistols, voleva fare di quel gruppo una banda psichedelica che riprendesse le canzoni di Syd Barrett. II rock inglese non si è mai rimesso veramente dalla repentina sparizione di Barrett. La psichedelia americana (l’acid-rock) non era che rhythm and blues più forte e più pazzo. Con i primi Pink Floyd la psichedelia inglese slittava invece ben più lontano, fra 2001 e Lewis Carroll, in emozioni più audaci e musiche altrimenti d’altro canto più stridenti, e tenerezze laceranti. Era un’epoca in cui si spingeva la testa a muovere ai propri stessi confini. Un Dylan allucinato aveva agitato delle marionette con un’aria completamente schizofrenica, nel corso di una conferenza stampa. Si “viaggiava” per far esplodere ogni limite, scavare nella follia l’energia creatrice, gettare ponti fra la pittura, il rock, l’architettura, il cinema, la poesia. Sulle prime abbiamo cercato di stabilire un contatto per vie “ufficiali”. Ma Syd Barrett non ha più casa discografica, non ha più manager né casa editrice delle sue canzoni. Chiedo a Bryan Morrison, colui che fu il suo manager. “Non ho niente da dirvi”. “Non siete più in rapporto con lui? Non vi interessa più?” “Proprio così”. Altri colpi di telefono senza miglior risultato. A dieci anni di distanza solo voci, chiacchiere. Syd è in un ospedale psichiatrico. Macché, vive solo all’ultimo piano dell’Hilton di Londra, in una suite che i Pink Floyd gli hanno messo a disposizione sino alla fine dei suoi giorni. No, no, vive da sua madre a Cambridge, non esce mai di casa, alloggia in cantina dove coltiva funghi. Per colpo di fortuna, giusto prima di partire alla cieca per Londra, un trafiletto sul New Musical Express: si torna a pubblicare Terrapin, la fanzine edita a cura della “Syd Barrett Appreciation Society”. Al telefono il responsabile della rivista, Bernard White, ci mette in guardia con voce grave e seria. “Non voglio entrarci assolutamente con questa storia, quale che sia, se prima non vi ho conosciuto. Capirete, la stampa ha parlato troppo spesso male di Syd e io voglio essere certo delle vostre intenzioni “. Accettiamo la prova. White vive da solo a Hampstead, il placido quartiere “artistico” a nord di Londra, in una minuscola stanza che è poco più di un guardaroba. Il posto è tappezzato di poster psichedelici, tutti pezzi da collezione, e su un comodo bancale troneggia una enorme cassapanca ricoperta di un tessuto indiano, che contiene tutte le fanzines che White fotocopia a sue spese e tutti i documenti su Syd Barrett. White non si separa mai dalla chiave della cassapanca. Sotto vetro una delle prime foto dei Pink Floyd con un Barrett scarmigliato. È chiaro; ci troviamo in un santuario. Piccolo, mingherlino, il capello rasato alla cosmonauta, la stretta di mano umidiccia, atrocemente sinistra e timida, Bernard White, che avrà sì o no trent’anni, è una ben strana creatura. Sono dieci anni che consacra la propria esistenza a Syd Barrett. Nella vita normale, è un venditore di dischi disoccupato. Ci previene con fare grave: “Occorre che voi presentiate Syd in quanto artista “. Sarà il filo conduttore del suo discorso. Atterrito dalle menzogne e dalle trivialità che sono state accreditate a Barrett (del tipo: mangia l’erba e si versa della crema in testa), White cerca di giustificarsi: “Mi sforzo di proteggerlo “. Ci mostra i suoi pezzi più belli; un film promozionale per Scarecrow, una delle prime canzoni dei Pink Floyd, duplicato su cassetta VHS. Ancora più raro: un altro video che sembra risalire ai fratelli Lumière, girato in super-8 da un amico di Barrett a Cambridge quando aveva diciassette anni. Poi ascoltiamo tre canzoni inedite: Opel, Birdy Hop e Word Song. Il raccoglimento tocca il parossismo. White estrae allora due immensi classificatori ricolmi di ritagli di giornale. “Io sono la massima autorità su Syd Barrett “, spiega. “Lo posso comprendere. Anch’io sono stato giudicato pazzo. Ho passato un anno in ospedale psichiatrico e sei rinchiuso in questa stanza “. Un vento lugubre attraversa il santuario. Ci appare la visione di White solo, una notte d’inverno, gli occhi nel vuoto, che ascolta senza fine la voce di Barrett, che soffre e sgrana le sue poesie fragili e impassibili. Infine White ci mostra un quadro grossolano, tratteggiato con un matita a colori; linee nervose lo percorrono, come delle approssimazioni infantili di figure geometriche. È firmato Roger Barrett, 1979. Roger Barrett è il vero nome di Syd; e, ci fa sapere White, è così che egli oggi declina la propria identità. Da dove White ha ottenuto il quadro? Cosa sà di Barrett dal 1972 a oggi? White si rifiuta di rispondere. Per accedere al Sapere su Syd Barrett bisogna essere “pronti” e percorrere un cammino iniziatico. Preferisce farci vedere la posta che ha ricevuto in questo periodo: una trentina di lettere che reclamano con avidità informazioni su Syd Barrett. Il culto non si è mai estinto. Intorno al 1974 tutti, proprio tutti si direbbe, vogliono resuscitare Barrett. Jimmy Page fa compiere delle ricerche, David Bowie, che ha appena ripreso See Etnily Play in un suo album, tenta di riportare Barrett in studio. Eno accarezza la medesima idea. Tempo sprecato. E oggi queste lettere, quasi tutte scritte da ragazzi giovanissi­mi, da tutte le parti d’Inghilterra.
1966. Londra si immerge ardentemente nella psichedelia che viene da San Francisco e ingerisce quantità astronomiche di LSD. I tre altri Floyd, Roger Waters, Nick Mason e Rick Wright, si sono incontrati l’anno prima a scuola, un istituto di architettura in Regent Street. Barrett, lui, è salito a Londra da Cambridge per studiare pittura in un liceo artistico. Ha diciannove anni e sembra molto più attirato dalla trinità “sesso/droga/rock & roll” che dai suoi tre compagni, che confesserà di aver giudicato, sulle prime, “della gente non molto eccitante”. Barrett è naturalmente il primo dei quattro a prendere l’acido. I primi concerti seri dei Pink Floyd hanno luogo al principio del 1966, nel corso di serate ultra-sperimentali dove musicisti eccentrici, poeti o semplici “sballati” si succedono sulla scena. Si parla già di performances. Nick Kent, un giornalista rock, si ricorda di un concerto dei Floyd della fine 1966, prima del loro disco d’esordio. “Erano totalmente sprovveduti ma una cosa giocava a loro favore; erano hip, alla moda. Suonavano, come tutti all’epoca, vecchi pezzi di rhythm and blues, Louie Louie e Road Runner. Ma avevano letto delle cose sulla West Coast e la psichedelia. Allora, anziché suonare i pezzi per due minuti li facevano durare dieci, con improvvisazioni totali, dissonanti e inventive”. II destino si presenta a quel punto, sotto le spoglie di Peter Jenner e Andrew King. Jenner insegna sociologia, King è ingegnere cibernetico disoccupato. Hanno fondato una casa discografica indipendente, vogliono diffondere i suoni dell’Underground. In senso stretto non sanno niente di rock ma il loro istinto li spinge a cercare il gruppo del secolo per fare fortuna. Scelgono i Velvet Underground ma falliscono il colpo; c’è già Andy Warhol. Situazione caricaturale: Jenner va a trovare i Floyd e spiega loro che potrebbero diventare “più grandi dei Beatles”. Scetticismo divertito del gruppo. Per Waters, Mason e Wright il gruppo è una sorta di passatempo mentre Barrett è il solo a prendere la sua musica sul serio. Jenner lo tira in disparte e gli dice: “Perché non scrivi tu le canzoni?”E Syd si mette a scrivere a pezzi, proprio nel momento in cui il gruppo pareva già deciso a separarsi; Waters e gli altri due si preoccupavano degli studi di architettura. E’ l’epoca dei primi “sbandamenti artistici” di Beatles e Stones, con Revolver e Between The Buttons. E sono appena stati pubblicati due album sommi del rock psichedelico: Fifth Dimension dei Byrds e il primo disco dei Love. Barrett ascolta senza posa i quattro dischi. Le canzoni di Syd, che il gruppo registra qualche mese più tardi, si riferiscono ai soggetti “in” dell’epoca: il misticismo, l’I-King, la fantascienza e il fantastico molto inglese di Tolkien, la letteratura di elfi, gnomi e maghi. Primi mesi del 1967. Pink Floyd è un grosso affare. La stampa a grande tiratura scopre l’Underground e la macchina si imballa. Firma di un contratto, tournées in provincia, uscita di un 45 giri, registrazione di un album, tournée negli Stati Uniti; il giro vertiginoso dura sei mesi, frenetico, durante i quali accade qualcosa a Syd Barrett. Nel giugno del 1967 il gruppo passa in tivù per la prima esecuzione di See Emily Play; è l’esordio sul piccolo schermo. Barrett si mette in abiti da pop star, camicia di raso e pantaloni a fiori. Seconda emissione; è rasato male, i vestiti sono sgualciti. Terza; entra con abiti principeschi ma al momento di registrare, indossa degli stracci. A ottobre, durante la tournée americana, Barrett rifiuta di muovere le labbra durante il playback in una trasmissione televisiva. Intervistato al “Pat Boone Show”, non apre bocca e fissa il presentatore con occhi vuoti. Il manager preferisce annullare i restanti concerti piuttosto che correre incontro al suicidio. Inizia lo sbandamento. Tutte le testimonianze dell’epoca concordano; una estraneità quasi tangibile comincia ad affiorare nello sguardo di Barrett. Joe Boyd, il produttore del primo 45 giri, che ha perso di vista il gruppo da qualche mese, se ne accorge imme­diatamente. “Se c’era una cosa di Syd che ti colpiva, era la luce maliziosa che aveva negli occhi. Quando l’ho rivisto, quella luce era completamente sparita. Era come se avessero abbassato le persiane; non c’è nessuno in casa “. Nick Kent si ricorda di uno degli ultimi concerti tenuti dai Floyd con Syd Barrett. “Era manifesto che il gruppo non poteva più andare avanti. Barrett stava isolato sul fondo del palco, non accordava neanche la chitarra. Era favoloso da guardare: i capelli lunghissimi, il viso spettrale, trucco nero intorno agli occhi… Sulla scena enorme dava l’impressione di essere fisicamente isolato dal resto del gruppo… Un roadie aveva l’incarico specifico di staccare la corrente alla sua chitarra quando avesse dato fuori “. Nessuno meglio di Nick Kent conosce gli avvenimenti che seguono. Nel 1974 è stato lui a compiere la prima ricerca approfondita sul caso Barrett. Il suo articolo, sul New Musical Express, era illustrato da un grande ritratto del musicista a diciannove anni barrato dalla sigla “cancelled”, “annullato”. Kent, sia detto per inciso, è egli stesso un caso. Critico leggendario, la cui devozione esistenziale per il rock e l’umore devastante sono stati mille volte copiati e mai eguagliati, è il primo giornalista del rock al mondo ad aver concesso autografi. Gigante filiforme dall’andatura da rettile, vestito con inimitabile sciatteria chic, Kent parla di Barrett come di una delle sue personali ossessioni. Ci siamo rinchiusi io e lui, nella minuscola sala d’ascolto del suo giornale e per più di un’ora Kent ha parlato da solo, ipnotizzato dal suo soggetto, gli occhi persi nel vuoto. “Quando preparavo il mio articolo mi avranno raccontato almeno trecento storie su Syd Barrett. La storia più diffusa era che viveva da una coppia, “Mad Jock e Mad Sue”, che gli versava dell’acido nel caffè tutte le mattine. Così ha “viaggiato” ogni giorno, per mesi, senza neanche rendersene conto “. Girata la boa dei Floyd, Barrett lancia un’ultima bottiglia al mare: due dischi “solo” erratici e sconcertanti, dove la voce deraglia, s’impaurisce, si batte con energia vacillante contro i propri stessi demoni. Due classici underground, due meraviglie che già si comincia a gettare in faccia ai Pink Floyd. Esiste anche un mitico terzo album. Peter Jenner, il primo manager dei Pink Floyd, ha assistito a queste sedute di registrazione tra la fine del 1974 e l’inizio del 1975. “Un’esperienza inquietante, perché qualcosa era rimasto in lui ma avevo l’impressione che egli non volesse raccogliere quei resti. Ogni tanto si assentava fra un pezzo e l’altro e scompariva. L’ingegnere del suono mi diceva: se esce a destra tornerà, se a sinistra non lo vedremo più per tutto il giorno. Non si sbagliava mai. Esistono delle registrazioni: Bernard White, beninteso, le possiede. Degli assoli di chitarra informi, che dovevano servire come base alle canzoni che Barrett non ha mai intonato. Aveva anche scritto dei testi, poiché si racconta che dopo essersi fatto battere dei versi a macchina, quando glieli consegnarono scambiò il foglio con un conto da pagare. Non si venne mai a capo di nulla “. Qualche anno prima, Syd Barrett aveva diviso un appartamento con una pittrice, Duggie Fields. Si vede la camera di Syd sulla copertina di Madcap Laughs, il suo primo album; il pavimento di legno è dipinto in arancio e blu, Syd è in primo piano, scarmigliato, con gli occhi neri di trucco; mentre una donna nuda vista di schiena è sullo sfondo…
Andiamo a trovare Duggie Fields. La pittrice abita ancora lo stesso appartemento a Earl’s Court, un quartiere elegante di Londra. L’arredamento è cambiato. Immense tele dai colori vivaci ricoprono i muri. Tutto è pulito, a cominciare da Duggie, vestita in raso rosso, capelli raccolti indietro, un piccolo ricciolo nel mezzo della fronte. Syd Barrett è lontanissimo. Duggie descrive la camera di Syd all’epoca. “Un materasso disteso per terra, le tele che dipingeva, un elettrofono e qualche disco (i suoi album di blues), una chitarra, l’I-King e una costruzione di fil di ferro e carta, che penzolava dal soffitto. Nient’altro. Aveva dipinto il pavimento senza pulirlo né levare i mobili. Delle cicche di sigaretta, dei fiammiferi e dei peli di cane erano rimasti incollati nella vernice. Le finestre, coperte di tela di juta, non si aprivano più. La camera puzzava, non la si poteva più tenere così. Quando Syd usciva ne approfittavo per fare le pulizie ma non usciva quasi mai “. “Cosa faceva tutto il giorno? “. “Poteva passare anche dei giorni a letto senza alzarsi. E nessuno era in grado di prevedere quando finalmente si sarebbe alzato “. L’appartamento brulicava di gente, circolavano Mandrax e LSD. Delle ragazzine niente male adocchiavano voluttuosamente Syd e restavano per ore davanti alla porta, insistevano a bussare, singhiozzavano; le si doveva mandar via di forza. “Syd aveva un’amichetta ma era una brutta storia. Un giorno la porta si è aperta e lui l’ha spinta dall’altra parte come un sacco vecchio, senza proferir parola. Sempre più spesso mi toccava separarli “.
Per entrare nella stanza di Syd c’era un solo mezzo: portargli del Mandrax, una delle sole cose che ancora lo interessavano. “Quando passava dalla cucina, andavo sempre a verificare cos’era successo. Una volta ho visto il corridoio riempirsi di fumo. Aveva fatto cuocere delle cose fritte, l’olio era evaporato, la pentola si era fusa e le tende avevano preso fuoco. Syd aveva spento il fuoco e se n’era ritornato tranquillamente in camera, senza dire niente. Possedeva una vecchia Cadillac rosa con tettuccio apribile; un giorno l’ha regalata a uno sconosciuto incontrato per strada. Mi è capitato di ritrovarlo coperto di sangue. Aveva spaccato un armadietto in cucina perché non riusciva ad aprirlo “. Alla fine Duggie non ce la fa più a sopportarlo e se ne và. Syd invita due spacciatori di Mandrax a tenergli compagnia. Poi ha un soprassalto; decide di rientrare in famiglia, parla di rifarsi una salute, di sposare la sua amica, di diventare medico… La ragazza lo segue ma non per molto; si stanca presto delle botte che riceve. Un giorno, rientrando a casa, la madre piomba nel più profondo sconforto. Syd ha fracassato tutti i mobili, le tele, le stoviglie. È steso a terra impassibile. Qualche istante più tardi l’ambulanza è alla porta. Syd resterà diversi anni in ospedale psichiatrico. E ora? Da anni non filtra più alcuna notizia. Per sollevare il velo ho avuto bisogno di questo Sesamo strano e derisorio: un sacco di biancheria. All’agenzia immobiliare non conoscevano l’indirizzo dei Barrett e mi han dovuto dare il numero di telefono della sorella. A lei chiedo notizie.
“Syd è stato malato, ha dovuto essere operato allo stomaco. E poi è sempre malato alla testa “.
“Ma cosa fa in questo momento? “.
“Oh, non granché. Vive ritirato, con mia madre. È malato, sapete, molto malato. Credo che lo sia dalla nascita. E tutto finito per lui “.
“Dev’essere duro per vostra madre!”.
“Sì, stancante soprattutto, perché ha i suoi anni. Ma è pur sempre una madre. Syd adesso vive tranquillo, non vuole vedere nessuno. Non riconosce neanche i suoi amici di Londra. Sapete, i giorni che ha passato a Londra non gli hanno fatto bene. Penso che sia anche felice, per quanto possa esserlo ».
Ed eccomi infine davanti alla casetta dei Barrett a Cambridge, a cercare di non arrossire troppo mentre aspetto che qualcuno risponda al mio squillo di campanello. Niente. Riprovo a suonare e batto un colpo alla porta. Nel giardinetto, una vecchia donna taglia una siepe di rose. Un’ombra si disegna in fondo al corridoio e muove lentamente verso di me. “Salve! “. Siamo sorpresi l’uno dell’altro e le nostre voci si sono sovrapposte.
“Ti riporto questo, è la tua biancheria, credo “.
“Oh, sì, quella di Chelsea! Sì”.
È un uomo invecchiato, stanco. Capelli cortissimi, un po’ calvo sulle terapie, i tratti tirati, l’occhio vitreo, le braccia ciondo­lanti. La signora Barrett non mi ha sentito arrivare, è ancora rimasta in fondo al giardino. Di quando in quando Syd getta uno sguardo furtivo verso di lei.
“Ti cercavo, sono andato a Chelsea e mi hanno detto che c’era della biancheria per te, e che tu abitavi da tua madre”.
“Grazie davvero! Ti devo dare qualcosa? Te l’hanno fatta pagare?”
“No, no, va bene così. Cosa fai adesso? Dipingi? “
“No… Sono appena stato operato ma niente di particolarmente grave. Spero di ritornare laggiù. Ma devo aspettare. C’è lo sciopero dei treni, in questi giorni “.
“Ma sono settimane che lo sciopero è finito… “
“Ah, bene! Grazie, grazie davvero… “
“Che fai quando sei a Londra? Suoni la chitarra? “
“No… no, guardo la televisione e basta. “
“Non hai più desiderio di suonare?”
“No,assolutamente.Non ho il tempo di fare granché. Bisogna che mi trovi un appartamento a Londra.Ma è difficile.Bisogna che io aspetti ” Di quando in quando da un’occhiata alla biancheria, la tocca. Sorride.
“Non pensavo più di recuperare questi affari. E sò che non potevo scrivere. Non mi sarei neanche deciso a ritornare a cercarla.. Prendere il treno e tutte quelle cose lì… Ma… Non ho neanche scritto… Mamma mi ha detto che ci avrebbe pensato lei a dare un colpo di telefono… Grazie, comunque “.
E un continuo tentativo di interrompere la conversazione. Lancia continuamente degli sguardi al giardino, dalla parte dove c’è sua madre. “Ti ricordi di Duggie?”
“Eh… Sì…Non l’ho mai più rivista. Non sono più andato a ritrovare nessuno a Londra “.
“Tutti i tuoi amici ti mandano i loro saluti “.
Parla e reagisce come tutti i malati di mente che ho conosciuto. Aspettare sembra essere diventata la sua occupazione principale; la televisione lo aiuta a trascorrere il tempo. “Posso farti una foto?”
“Sì, certo”.
Sorride, è nervoso e impaziente, si allaccia il bottone del colletto.
“Bene, ora basta! Faccio fatica, sai… grazie”.
Guarda l’albero davanti a casa. Non sò cosa dire.
“E’ bello, quest’albero “.
“Sì, ma ora non più… L’hanno potato da non molto… Prima sì che l’amavo”.
Dal fondo della casa si sente la voce della signora Barrett.
“Roger! Vieni a prendere una tazza di té e a salutare i miei amici! “
Roger Barrett si volge verso di me, in preda al panico.
“Bene… ecco… Ci rivedremo a Londra, chissà… Arrivederci “.
“Sì, a presto… Arrivederci… “.
Quando esco incrocio l’hippie di prima, addossato a un muro davanti alla casa, che si nasconde dietro a un giornale. Mi sento incredibilmente vuoto. Finito, tutto finito. Ma dove trovare una spiegazione, una giustificazione per questo guazzabuglio? Cosa è accaduto in quella vita folgorata? Ciascuno ha la sua teoria. Mi hanno parlato di una certa Ozzie, una fan che è andata a trovare Barrett sei mesi fa per fargli dono di un suo quadro che lo ritraeva. Promette di scrivere un testo e mantiene la parola. “Syd Barrett non è per niente pazzo. Non accetto neanche la teoria della sua schizofrenia. Sono certa che egli controlli il suo spirito e se ne serva a modo suo. È certo diverso da tutte le persone che ho incontrato ma non ha niente di uno zombi demente, vittima dell’acido. Si riposa dalla razza umana che gli pare inutile e che contempla da tutto un altro livello spirituale. E’ difficile dire se egli sia felice ma sono convinta che egli abbia sistemato il suo mondo come desiderava, che abbia escluso tutto il resto e viva all’interno di sé, immerso nel proprio spirito “.
“Se avesse voluto “, ci diceva White, l’editore di Terrapin, “sarebbe diventato un guru e da tutto il mondo sarebbero accorsi a lui “. Certo. Ma perché non ha voluto? Perché non ha voluto niente? Barrett si è fatto divieto di far carriera e di diventare una pop star. Per anni comunque ha continuato a parlare dei Pink Floyd come del “suo gruppo”. Barrett si è praticamente condannato egli stesso alla inanità, ha paralizzato il proprio volere. Perché? Tutti i testimoni interrogati concordano a sostenere che a Cambridge Syd Barrett fosse un giovane felice, brillante, estroverso. Storm Throgerson, che oggi dirige Hipgnosis, l’agenzia di grafica specializzata in campo discografico, era il suo migliore amico all’epoca. Così da la sua versione dei fatti.
“Si è fatto di Syd l’oggetto di un culto eccessivo, oltre quel che lui poteva sopportare. Ha compiuto un viaggio interiore e si è avventurato in esplorazioni musicali che il resto del gruppo non riusciva a seguire. Dopo Richmond (l’acido nel caffè) non è più stato lo stesso. Ma le cose non sarebbero andate così se non avesse avuto una predisposizione a ciò… Syd non aveva alcuna disciplina. Suo padre è morto quando lui era giovanissimo, la mamma lo ha soffocato “. A diciannove anni Barrett, come numerosi amici suoi di quel gruppo di Cambridge, si era appassionato al misticismo indiano. Aveva cercato di unirsi come discepolo a un guru originario del Nord dell’India, che insegnava la misteriosa via del “Saint Saji”. Il guru non aveva accettato la sua candidatura a causa della giovane età. Secondo Storm Throgerson “ancora una volta una figura paterna si rifiutava a lui “. Roger Barrett era il minore di una famiglia con otto figli. “Sua madre” , racconta Nick Kent,” pensava a lui come a un genio. Lo ha fatto vivere in un mondo immaginario, irreale. Dave Gilmour, dei Pink Floyd, pensa che questo sia alla radice di tutto. E naturalmente la signora Barrett ha rifiutato sempre di ammettere che il figlio era anormale “. Non ci sarebbe stata dunque una reazione a catena ma una lenta erosione, dovuta, per così dire, a un vizio di fabbricazione. E la brutalità del successo dei Pink Floyd, più tutti gli eccessi dell’epoca, avrebbero avuto ragione di una fragile struttura. “C’è gente “, ricorda Kent, “che è passata all’acido e poi ne è uscita”. La cosa più appassionante, della parte di Barrett, è che egli stesso è giunto a diagnosticare la catalessi che si era impadronita di lui. In Jugband Blues, il solo pezzo da lui composto sul secondo album dei Pink Floyd (A Saucerful Of Secrets) e che il gruppo ha incluso nel disco per carità, si ascoltano delle parole che già provengono dall’oltretomba.

È oltremodo gentile da parte vostra pensare che io sia qui.
E io vi sono tanto riconoscente da precisare che in realtà ionon mi trovo qui.
E mi domando chi potrebbe scrivere questa canzone.

I suoi due album solistici sono le impassibili testimonianze di qualcuno che giustamente ci tiene a precisare che egli “non è più qui”. “Quando Barrett viveva in cantina da sua madre, a Cambridge, aveva un acquario. E i suoi dischi mi procurano la stessa sensazione; non c’è alcuna emozione. Onde che vanno e vengono, lune. Vi è qualcosa di molto inglese in quelle opere. Come di un Lewis Carroll “. Barrett è un mito inglese, serio così come futile. E’ l’Inghilterra del nonsense e delle piccole società che si propongono assurdi fini. Esattamente il contrario degli sconvolti relitti romantici alla francese, malati, le braccia martoriate dai buchi, vittime del proprio genio disorganizzato. Anche Bernard White, pur soffocato dal rispetto mistico, rileva l’umorismo del personaggio. E, per quanto sconvolgente, la storia di Barrett non ha nulla di nero o sinistro. Non si può negare la parte volontaria, la scelta di Syd di intraprendere un simile itinerario. “Indagare su Barrett “, rammenta Nick Kent, “mi ha ricordato la storia di Chinatown. È un motivo classico, che Dashiell Hammett ha utilizzato: il gumshoe, colui che vuole scoprire il fondo della vicenda. La storia finisce per ossessionarlo completamente e tutto comincia a esplodere davanti a lui. Si cerca di comprendere ciò che accade nella testa di una persona, si cerca di accostare con spirito logico certe cose totalmente prive di logica “. Ci resta un personaggio da interrogare. Chi non ha conosciuto Syd Barrett? Un’intuizione, non si sa mai. Ronald Laing, il tormentato profeta dell’ “antipsichiatria”, per il quale la follia non è una “malattia mentale” ma un viaggio all’interno di sé, per ritrovarsi. Un viaggio reso necessario dall’assurdità e dalla violenza celata che possono regnare in una famiglia. Un viaggio che i trattamenti psichiatrici interrompono e trasformano in smarrimento definitivo. I libri lirici e dolorosi di Laing appartengono alla stessa epoca dello psichedelismo trionfante. E oggi Laing, anch’egli, è sparito… Al telefono una voce, la segretaria o forse la sua compagna. “No, il signor Laing non parla ai giornalisti. Potete prendere però un appuntamento e pagare, come un paziente qualsiasi, venticinque sterline per una mezz’ora di seduta. È così “. Una giovane donna a piedi nudi mi conduce nel suo ambulatorio e mi lascia solo. Laing entra. È accartocciato su di sé, lo sguardo sfuggente. Gli racconto la storia di Syd Barrett. Si assopisce sulla poltrona e chiude gli occhi. Poi, lentamente comincia a balbettare qualcosa con un accento scozzese che lo rende appena comprensibile.. “Io… io… io credo di averlo incontrato una o due volte all’epoca, in certe feste. Mi fa pensare a Artaud, Rimbaud, Marcuse, Nietzsche, gente che si avvicina ai trent’anni con la passione, l’energia, la visione, il genio del loro temperamento. Potrei citare anche Majakovskij, che si è suicidato lasciando una lettera che diceva: “La barca fragile dell’amore si è infranta contro la vita corrente”. Ci si sente programmati, condizionati, robotizzati e poi si prende l’acido e si scopre d’un botto la danza di Shiva e un mucchio di altre cose dello stesso genere… Ma nulla è di aiuto al visionario per esprimere la sua visione. La gente compra ciò che produce considerandolo merce. Egli spera di incontrare amore e comprensione, nulla più. Allora le canzoni appaiono, sempre più vuote. Tutto si riduce a zero”. Laing parla come se avesse vissuto lui stesso quelle cose. “Alla fine manca ogni energia. I visionari somigliano allora a sudari slavati. Ci si può solo sedere e non far nulla. O salire sul palco e suonare una nota sola. Ma è un gesto che non significa nulla. Per colui che ascolta, per lo spettatore, quella nota è solo rumore, un ploop su una corda di chitarra”. Laing sprofonda nella poltrona e nel suo passato, nelle sue vecchie idee. E di colpo, rompendo la monotonia: “Tutto stàdiventando brutto, meschino, sempre più brutto e meschino e brutto. Allora l’essere si volge verso altre forme di pensiero, verso realtà alternative e il suicidio assume un aspetto diverso. Non è che un arresto del respiro, una partenza: “Ne ho abbastanza, me ne vado, grazie!”. Molta gente della sua generazione ha detto semplicemente quello: “E va bene, addio!” Oppure: “Volete il mio corpo, eccolo”. E dopo un lungo silenzio: “Quanti anni ha adesso?” “Trentasei” “Be’, non si può mai sapere. Potrebbe avere un secondo colpo di genio”. Gli mostro le foto. Le osserva attentamente. “Deve seguire un trattamento. E’… una storia triste. Non si può sapere. Dopo tutto non è stato torturato né rovinato fisicamente. E ancora integro. Potrebbe ritrovare la speranza. Ma noi non possiamo fare nulla per lui… più nulla “.
La sera stessa al Notre Dame, un pub londinese, abbiamo un appuntamento con Dave Gilmour, il sostituto di Syd all’interno dei Floyd. Gilmour frequenta il pub tutti i giovedì per ascoltare dischi degli anni ’60. Siede in un angolo della sala con amici. Tutti hanno l’aria vecchia o piuttosto invecchiata. “Syd Barrett? Non ho tempo di parlarne. Il vostro articolo, è meglio che sia l’ultimo su di lui. Non è una storia romantica, è triste. E adesso è finita “.