Nick Mason

NICK MASON – Interstellare
per caso

di Claudio Chianura

Un
pezzo di leggenda, non c’è dubbio. Parli con Nick Mason e le
domande ti si affollano nella mente. I Pink Floyd, i loro dischi, i
concerti. E poi gli altri musicisti del gruppo, i rapporti con i tecnici,
con i colleghi più o meno fortunati. Troppe domande per una sola
intervista. Troppe anche per un libro di grande formato, quello che
Mason ha scritto e sta promuovendo in questo periodo: Inside out. La
prima autobiografia dei PinkFloyd (Rizzoli). Tante curiosità
restano irrisolte. Ma se le autobiografìe sono spesso reticenti,
questa in fondo lo è meno del solito. Mentre discorrendo con
Nick Mason, cordiale e disponibile, ti accorgi che non è colpa
sua se non riesci a sapere tutto. Semplicemente, mezz’ora di tempo non
può rivelare tutta quanta la storia di uno dei più grandi
gruppi rock mai esistiti.

SM>Scorrendo le pagine
del tuo libro, risulta evidente che quello del batterista è un
ruolo privilegiato.Il tuo punto di vista appare equilibrato, quasi panoramico
rispetto al resto del gruppo, e non solo grazie alla tua posizione nel
palco
NM> Si e proprio cosi,
perchè penso che il batterista e il bassista siano per definizione
il cuore di una band in tutti i sensi. Nella musica e particolarmente
importante la sezione ritmica che deve restare sempre in stretto contatto.
E devi poter vedere gli altri musicisti, perchè non c’è
nulla di più disturbante e snervante di non poter guardare i
musicisti con cui stai suonando. Ci è successo molte volte, soprattutto
in grandi festival o in concerti di beneficienza, di trovarci sul palco
in modo tale che per esempio il tastierista fosse completamente fuori
dalla mia vista. Questo è veramente fastidioso. Io ho bisogno
di vedere i miei compagni. Guardando indietro ho come la sensazione
che non sia solo un problema di icone o di persone, ma è proprio
il linguaggio del corpo che fa la differenza, che parla. Lavorando per
tanto tempo con gli stessi musicisti, io so, quando Roger fa quella
tal cosa, ciò che potrà succedere subito dopo.
SM> Ma dunque suonare
negli stadi in questo senso era diverso dal suono dei piccoli club?
NM> No. L’atteggiamento
è esattamente lo stesso, perchè anche se stai suonando
in un enorme stadio, in realtà ti rivolgi sempre alle persone
che stanno nelle prime file, all’avamposto del tuo uditorio. Il tuo
vero contatto è chi ti stà immediatamente davanti.
SM> Quando ascolti
musica, poni sempre un’attenzione particolare al drumming, al lavoro
del batterista, o ascolti l’insieme musicale nella sua totalità?
NM> Quando stò
ascoltando della musica ascolto l’insieme. Se poi tratta di un brano
in cui suona un batterista particolarmente abile, naturalmente questo
mi salta immediatamente all’orecchio. E a volte, se la musica non mi
ha catturato, allora rivolgo la mia attenzione al batterista, per vedere
se c’è qualcosa che valga comunque la pena di imparare
SM> Com’è un
buon batterista per te?
NM> Deve saper trattenere il colpo. Tenere il tempo e trattenere
il colpo.
SM> Nei maggiori gruppi
rock spesso l’abilità del batterista è sottostimata.Basti
pensare a Beatles e Stones…Invece è la loro bravura a garantire
la qualità musicale del collettivo, no? Si arriva a dire che
il valore di una band è uguale a quello della sua sezione ritmica.
NM>Beh, credo che
questa non sia una regola generale. Ginger Baker è il mio batterista
preferito, ma con i Beatles sarebbe stato terribile. Il fatto è
che il suo drumming non funziona bene in qualunque contesto. Certamente
Charlie Watts è un ottimo batterista. E anche Ringo naturalmente.
Non si tratta in questo caso di percussionisti molto tecnici, ma la
mia sensazione è che batteristi con particolare abilità
tecnica si prestano a un utilizzo limitato. A meno che non si voglia
smettere di ascoltare musica e passare alla ginnastica.
SM> Sin dall’inizio
i Pink Floyd hanno avuto un atteggiamento molto originale nei confronti
degli strumenti utilizzati, e penso soprattutto alla chitarra di Syd
Barrett. Com’è stata la tua esperienza nel non dover per forza
suonare in modo tradizionale?
NM> Penso si trattasse
di cercare nuovi suoni. Come fare? Tutti pensano che ci rivolgessimo
alle tecnologie avanzate dell’epoca, sintetizzatori, strumenti complessi.
Di fatto cercavamo sempre le soluzioni più semplici. per esempio,
molte delle parti di chitarra di David erano eseguite semplicemente
col pedale wah.
Inoltre usavamo un Echorec Binson, usavamo effetti per filtrare i suoni
della batteria: tutto questo per il pubblico significava sperimentazione.
SM> E poi c’era sin
dall’inizio un forte interesse all’aspetto visuale, all’uso delle luci,
proiezioni, scelte di abiti e di grafica strettamente collegate a quello
musicale. Era vostra intenzione lavorare sul versante visivo parallelamente
a quello sonoro?
NM> II nostro interesse
era strettamente indirizzato verso il suono. Eravamo curiosi di scoprire
nuovi suoni. Quando suonavamo in studio per la realizzazione dei dischi
non avevamo idea di come le cose sarebbero risultate sul palco, davanti
al pubblico Facevamo riferimento ai Beatles ai nostri coetanei. Non
ci è mai passato per la mente, potrei dire addirittura fino alla
registrazione di The Wall di pensare a come sarebbe stata la nostra
musica in concerto.
SM> Come veniste in
contatto con tutta l’esperienza di musica contemporanea colta? penso
soprattutto alla realizzazione di Atom Heart Mother, il disco più
lontano dai modelli rock dell’epoca, o dall’utilizzo di citazioni da
Cage, come racconti nel libro.
NM> Cercavamo semplicemente
di fare i dischi che desideravamo fare. Capisco che suoni estremamente
semplicistico affermare che volevamo solo essere originali, ma proprio
non ci ponevamo la questione di appartenere a questa o quella definizione
musicale. Né ci preoccupavamo di avere una qualche relazione
con John Cage o Stockhausen o Terry Riley. Perchè non c’è
dubbio che sia possibile sentire delle influenze a volte, in ogni musica…
E nel nostro caso non tanto Cage o Stockhausen, ma sicuramente Terry
Riley. Nello stesso modo in cui altri sono stati influenzati da noi.
SM> Si è sempre
ascoltata altra musica prima di realizzare la propria, è ovvio.
NM> Assolutamente.
Sarebbe molto interessante gettare un occhiata ai dischi che erano disponibili
all’ epoca. Avevamo dischi di Moondog un solista molto influenzato dal
blues,non molto famoso, che registrò i suoni del fiume Hudson
con tutte le navi di passaggio. Era molto suggestivo. E cosi si potevano
registrare i suoni prodotti dalle balene e tutti pensavano: “Oh
davvero forte!”
SM> Penso alla registrazione
di “Seamus”, da Meddle, che contiene il latrato di un cane…
o l’inno dei tifosi del Liverppol in “Fearless”, dallo stesso
album.
NM> Esatto un vantaggio
del professionismo è proprio che hai molto tempo a disposizione
per fare le tue ricerche. Fin dal jazz nella forma bebop si tendeva
a limitare le composizioni entro schemi rigidi. Cosi noi ci rivolgemmo
al blues per il nostro lavoro, e questo generò un differente
approccio alla forma canzone.
SM> Hai parlato di
tempo. Infatti avete sempre avuto molto tempo a disposizione. Ve ne
siete preso molto tra un disco e l’altro, senza fretta. Questo significa
che avete ancora molte registrazioni non utilizzate?
NM> No. Sfortunatamente
non è il nostro caso. Ma hai ragione. E questo è tutto
merito dei Beatles, che convinsero la EMI a lasciare utilizzare lo studio
agli artisti quasi illimitatamente. Cosi noi rinegoziammo il nostro
contratto discografico accettando di guadagnare meno denaro in cambio
di più tempo a disposizione in studio di registrazione. Credevamo
ne valesse la pena. Questo fece una grossa differenza, perché
da lì in avanti potemmo restare in studio a nostro piacimento
senza che nessuno si preoccupasse dei costi di registrazione. Penso
sia stata la cosa più intelligente che abbiamo fatto.
SM> Qualcuno sostiene
che il primo album dei Pink Floyd rappresentava quel che i Beatles avrebbero
voluto raggiungere. Il vostro primo disco, The Piper at The Gates of
Dawn, fu registrato ad Abbey road. nel 1967 mentre i Beatles registravano
Sgt. Pepper, e lo racconti bene nel tuo libro.
NM> I Beatles erano
i veterani dell’istituto e noi le matricole. Che altro dire?
SM> Avevate questa
grande libertà nella scelta della strumentazione. Come sceglievi
il tuo drum set?
NM> Il mio set era
ampio ma non particolarmente diverso da quello di altri batteristi del
tempo. Molto più utile in studio era il fatto che la EMI lasciasse
spesso molti strumenti a percussione negli studi di Abbey Road. Strumenti
dell’orchestra che aveva magari registrato la sera precedente. Così
accadde che registrai con un set particolarmente ricco, mentre solitamente
ne utilizzavo uno molto semplice. Io usavo una doppia cassa, che però
in studio non era certo un vantaggio, e infatti la utilizzai molto raramente.
Ma spesso ero influenzato da quel che vedevo intorno a me. Cosi, poiché
Ginger Baker usava una doppia cassa, volli farlo anch’io. Avevo iniziato
con una Premier e ora diventavo pazzo per quella Ludwig luccicante color
champagne. Andammo in tour negli States con gli Who, e anche Keith Moon.
utilizzava una doppia cassa. Poi mi appassionai all’idea di avere più
tom. Mi piacciono i fill che si distribuiscono su più toni. Poi
alimentai anche i piatti. In origine avevo solo un ride e un crash.
E così via. Ho utilizzato Ludwig per molti anni e sono entrato
i rapporto di amicizia con i costruttori, che hanno incontrato parecchi
problemi perché non gli era possibile produrre a prezzi inferiori.
Ho naturalmente usato anche marchi differenti, come i piatti Paiste,
per esempio. Ma utilizzo ancora oggi la mia vecchia batteria, quando
suono con gli amici, o anche da solo… Sia per esercizio, che per fare
musica.
SM> Uno dei più
grandi musicisti che hai avuto modo di frequentare negli anni è
certamente Robert Wyatt. Eravate in stretti rapporti con i Soft machine,di
cui Wyatt era batterista, che insieme a voi iniziarono il proprio cammino.
E soprattutto hai prodotto Rock Bottom, nel momento più diddicile
della sua vita. Come ricordi quel periodo, all’inizio degli anni settanta?
NM> Ricevetti una
cartolina da Robert, che mi chiedeva se volevo produrre il suo nuovo
disco. E l’aveva spedita il giorno prima di subire il terribile incidente
che gli avrebbe impedito l’uso delle gambe. Cosi, quando ricevetti quella
cartolina, rimasi come stordito. Gli dissi che sarebbe stato splendido,
e accettai. Naturalmente il disco a cui stava lavornado prima dell’incidente
era del tutto diverso, completamente acustico. Quella era l’idea originale.
Iniziammo col singolo “I’m a believer”, che andò molto
bene. E poi registrammo Rock Bottom. Amo tutto quel che fa Robert, è
un grande artista. E riguardando il video di “I’m a believer”,
pochi annia fa, mi sono meravigliato ricordando quali grandi musicisti
parteciparono alla ripresa. C’era Fred frith alla chitarra, e anche
Andy Summer, prima ancora della nascita dei Police naturalmente, che
reclutammo all’ultimo momento.
SM> Tutti sanno che
sei un grande appassionato di automobili e di recente hai pubblicato
un CD allegato al volume Into the Red con la registrazione di rumori
prodotti da automobili. Le scegli quindi anche per il suono del motore
o solo per le loro prestazioni?
NM> No, il suono del
motore è un extra, non influenza le mie decisioni. Le macchine
si scelgono sulla base di altri fattori, in particolare sulla qualità
della guida. E a volte il suono di un motore è molto peggiore
della qualità della macchina. Può risultare terribile.
SM> Ho sentito che
sono stati brevettati i rumori prodotti dal motore o da specifiche parti
meccaniche di certe auto di lusso. Anche il rumore della portiera di
una cadillac che si chiude, credo abbiano brevettato.
NM> Davvero? Non sò
se è possibile farlo. Forse possono impedire la registrazione
di questi suoni, o rumori, e la loro riproduzione per scopi commerciali,
questo si. certamente i costruttori dedicano molto tempo alla cura di
certi particolari e il suono di una pesante portiera che si chiude può
avere un suo fascino.
SM> Hai mai incontrato
George Harrison in qualche corsa automobilistica? Avete mai provato
delle automobili insieme?
NM> La risposta è
si. Non ho mai frequentato Harrison come uno dei Beatles, ma come un
appassionato di automobili. La maggior parte dei miei amici musicisti
li ho conosciuti perchè condividiamo la passione per le auto.
Lo stesso vale per Mark Knopfler. Ci siamo frequentati perchè
ci piacciono le auto, non per la musica.
SM> Vorrei concludere
con una domanda molto semplice. Prova a dirci la tua incisione preferita
dei Pink Floyd.
NM> Prima ti dico
quale considero la peggiore: The Final Cut. L’atmosfera era insostenibile,
Roger voleva sempre maggior controllo, una cosa impossibile…La migliore?
Direi “Careful With that Axe, Eugene”. Un brano che abbiamo
suonato per anni ed era nato da una semplice idea in studio, registrata
in due sole take ed era fatta. Quella è la band al suo meglio.