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The Paper Boy

 

fonte: TV Sorrisi & Canzoni - 1983

Si chiude un'epoca con un taglio di classe

Il leggendario gruppo inglese sembra aver scritto la parola fine alla sua inimitabile carriera con «The Final Cut» (II taglio, l'incisione finale), un album di rara bellezza e perfezione stilistica. Quale sarà il futuro del complesso la cui leadership è ormai da cinque anni in mano al bassista Roger Waters?

I Pink Floyd chiudono forse l'epoca migliore del rock e una carriera inimitabile: 12 album ufficiali incisi, dei quali «The Dark Side of The Moon» si trova stabilmente nelle classifiche internazionali dall'anno della sua pubblicazione, il 1973, almeno 2mila concerti in giro per il mondo con lo spettacolo più coraggioso della storia del rock. Chiudono con un Lp il cui titolo sottintende molti significati: «The Final Cut» (II taglio, l'incisione finale), il loro ennesimo capolavoro. Poco amanti delle interviste, chiusi in un silenzio stampa che va tanto di moda nel calcio, i Pink Floyd si lasciano alle spalle 18 anni di attività musicale spesso avvolta dal mistero, durante la quale hanno superato crisi d'identità e defezioni clamorose come quella dell'ex leader, Syd Barret, nel '68. Hanno saputo costruire con minuziosità e impegno un apparato industriale che supportasse la loro attività concertistica, la più spettacolare del mondo. Non si sono mai fatti irretire dalle spire intriganti del successo, la loro attività ha sempre guardato avanti. Hanno speso centinaia di migliaia di dollari per fare ricerca visuale, per allestire spettacoli ai limiti della fantascienza, per eseguire brani con l'ausilio dei sistemi elettronici sonori più sofisticati. «The Final Cut», già primo in Superclassifica, conferma questa linea di tendenza del gruppo esaltandone la filosofia che vuole sempre i Pink Floyd al primo posto nell'uso di nuove tecnologie. L'album è stato realizzato con il sistema olofonico che permette all'ascoltatore di «vivere» il suono del disco come se i rumori in esso contenuti prendessero forma alle spalle o di fianco a chi ascolta. È un sistema tecnologico che ti fa entrare nel vivo dell'azione e partecipare come protagonista. L'idea è stata dell'attuale leader Roger Waters, il bassista dei Floyd. Waters, che ama esibirsi in scena con la cuffia per sentire meglio i suoni dei colleghi e vagliarli alla perfezione, ha scritto un requiem per il dopoguerra, come dice il sottotitolo di «The Final Cut». Una realtà metaforica di un mondo fantastico, surreale nel quale l'uomo è protagonista di una vicenda amara. Waters mette sempre l'uomo al centro delle sue vicende: lo fa con arte e con la convinzione che alla fine è sempre l'uomo a vincere. In questo si afferma la positività delle sue liriche e della sua musica. È lui che da cinque anni ha preso in mano la leadership dei Pink Floyd. È dalle sue idee che è nato il film «The Wall» di Alan Parker, interpretato da Bob Geldof. È lui che pensa e realizza i concerti del gruppo, da le idee delle copertine dei dischi e si mette alla consolle nello studio di registrazione per creare i suoni dell'universo musicale dei «suoi» dischi. Gli altri due, Mason e Gilmour, sono in fondo solo comprimari. Rick Wright, il tastierista, se n'è andato anche se continuerà a rimanere nell'entourage del gruppo. Il suo prossimo disco come solista verrà infatti prodotto in USA dal suo amico Nick Mason. Sono molti i fattori che fanno pensare alla fine dei Pink Floyd quindi. Ma, come sempre, il futuro del gruppo è difficilmente prevedibile. La prima risposta arriva da quel taglio finale che sembra far quadrare il cerchio della perfezione.

Fabio Santini

 

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fonte non reperibile

Pink Floyd: per favore riparliamone

 

Abbiamo ricevuto valanghe di lettere che chiedevano di saperne di più sull'ultimo Lp dei Pink Floyd: The final cut, l'avvenimento discografico dell'anno.
Il primo ascolto lascia l'amaro in bocca: dove sono le splendide atmosfere di The dark side of the moon e i larghi assoli di Gilmour? Anche la rabbia e la disperazione di Thè wall paiono essersi stemperate in questi lunghi tre anni di attesa; ma credo che mai come per questo disco sia giusto dire che bisogna sentirlo almeno tre o quattro volte per entrare nel suo spirito, per afferrare in pieno il senso delle accuse di Waters e la sua rabbiosa tristezza, ma soprattutto perché è un'opera coraggiosa, essenziale, illuminata. Dopo l'enorme successo di tutta l'operazione costruita con The Wall (il doppio album, il tour mondiale, il film) sarebbe stato facile produrre un altro disco dei Pink Floyd; gli ingredienti sapientemente dosati sensazioni profonde, atmosfere magiche, suoni perfetti che giustificavano la spesa fatta per l'acquisto dell'ultimo modello di hi-fi, ma Waters ha dato a tutto ciò un «taglio» netto (finale?). Aveva troppe cose da dire e non c'era più spazio per il puro estetismo; la sua voce e le sue melodie, ma soprattutto le sue parole si sono sostituite meravigliosamente, anche se con durezza, a un'estasi che i Pink Floyd hanno dato a molti per tanti anni. Uniche frivolezze consentite sono l'uso (naturalmente all'avanguardia) dell'olofonia (una nuovissima tecnica di riproduzione tridimensionale del suono) e un meraviglioso passaggio nel brano The gunners dream, quando la voce di Waters si trasforma in perfetta simbiosi in una nota di sax; il resto è, appunto, essenziale, ma profondamente stupendo. The final cut non è un disco «alla moda», vive solo della sua semplice bellezza e della prepotente accusa che Waters scaglia ai «signori della guerra».Ma è anche un disco dove traspare un tormentato senso di ribellione, reso ancora più esasperato dalle improvvise e violente entrate della batteria di Nick Mason che interrompono bruscamente le morbide parti acustiche di David Gilmour e Roger Waters o le soffici armonie della National Philarmo-nic Orchestra. Richard Wright non fa più parte del «cast», ha abbandonato, e purtroppo il titolo di questo disco lascia intendere che il «taglio finale» a cui si riferisce Roger Waters può essere quello definitivo. Se così fosse quest'opera assumerebbe ancor più valore: sarebbe infatti l'ultimo viaggio di una caleidoscopica astronave decollata nell'ormai lontano 1965 e che ha attraversato nel tempo innumerevoli mode musicali, senza restarne contaminata, acquistando anzi più autonomia e splendore.

Angelo Vaggi